Pensieri al Volo

Volontarius Onlus, Bolzano

«Un lavoro non per tutti, ma che a tutti servirebbe»

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Lorenzo ha 26 anni e non pensava che nella vita avrebbe lavorato nel sociale. Studi tecnici e all’università con scienze dell’educazione, ma a fare la differenza è stata l’esperienza con le persone: prima in Abruzzo al fianco della Croce Rossa Italiana, poi presso la stazione di Bolzano al fianco di Volontarius. «Ora che ci trasferiamo mi sembra un nuovo inizio, una nuova partenza» dice «e voglio far tesoro di tutto quello che ho imparato fino a oggi».

Come hai iniziato a lavorare in Volontarius?

Ho lavorato nella Croce Rossa Italiana, con la quale nel 2009 sono stato per diversi mesi a Sant’Elia, un piccolo paese dell’Abruzzo di cui dopo il sisma non era rimasto niente. Ho cercato un lavoro sempre nell’ambito dell’aiuto in emergenza e ho trovato l’opportunità di lavorare al servizio di assistenza umanitaria di Bolzano. Già dal colloquio avevo capito che non si trattava di un lavoro facile, ma che quella era la mia strada.

Ci sono delle affinità tra quello che hai vissuto in Abruzzo e quello che vivi oggi in stazione?

Ci sono certamente accorgimenti da tenere quando hai una divisa, a prescindere che sia di Croce Rossa o di Volontarius. Poi è molto importante non trascurare la componente umana del lavoro: in Abruzzo le persone avevano perso tutto e una cinquantina di scosse di assestamento al giorno risvegliavano nella mente la paura. Proprio quello che succede qui a Bolzano quando una persona con un sogno migratorio che porta avanti da mesi, se non anni, lo vede interrotto per la chiusura delle frontiere.

Di affine c’è anche il tipo di coinvolgimento. Quando siamo tornati da Sant’Elia, abbiamo richiesto di tornare: sentivamo che c’erano persone che avevano bisogno di noi. Un po’ quello che succede anche qui in stazione dove, soprattutto all’inizio quando arrivavano persone in numeri altissimi, stavi un’intera giornata senza accorgertene.

Cosa ti porti dietro da queste esperienze?

Sono cresciuto molto e oggi rivaluto quelli che sono i problemi quotidiani. Non mi è più capitato di farmi abbattere e schiacciare dai problemi che possiamo avere nella nostra vita. Quando torni a casa e ti accorgi che è finito il latte non ci dai pensiero; oppure litigare con qualcuno diventa un motivo per far pace. Cerco di portarmi a casa queste cose per poter vivere al meglio la mia vita e poi portarla alle persone che incontro.

In Abruzzo le persone avevano perso tutto e una cinquantina di scosse di assestamento al giorno risvegliavano nella mente la paura. Proprio quello che succede qui a Bolzano quando una persona con un sogno migratorio che porta avanti da mesi, se non anni, lo vede interrotto alla stazione di Bolzano per la chiusura delle frontiere.

Qual è il vostro compito?

Essere al fianco delle persone che arrivano, si fermano per poco e poi ripartono perché desiderano ricominciare la loro vita in un paese dell’Europa dove magari c’è anche qualcuno che li aspetta. Ci vogliono pazienza e comprensione; le persone mettono facilmente dei muri e delle barriere perché hanno paura o non si fidano. Una costante sono la paura e l’incertezza. Di fronte alla scoperta dell’esistenza delle frontiere, è facile avere un crollo psicologico. Paura che diventa disperazione e purtroppo anche rassegnazione. Spesso le persone si uniscono in gruppi per cercare alternative, per farsi coraggio e proseguire il viaggio. Anche a piedi.

In secondo luogo, ma è molto importante, facciamo un costante lavoro di mediazione con tutti coloro che sono coinvolti e che per mandato devono partecipare all’accoglienza. Dobbiamo fare capire, e spesso non è facile, che a ogni singola necessità bisogna rispondere. Dove l’accoglienza non riesce ad arrivare, ci sono tantissimi volontari pronti a dare una mano.

Cosa trasmette un volontario al servizio?

Lavorare con i volontari è un privilegio perché sono persone che dedicano il proprio tempo col cuore in mano. Non è sempre facile: il nostro è un lavoro a bassissima soglia e i volontari spesso reagiscono d’impulso. Per evitare il rischio che portino a casa del malessere e perché vivano con consapevolezza il lavoro che stanno facendo, per noi è importante esserci. E l’operatore, se ha l’accortezza e la sensibilità di osservare e imparare, cresce insieme al volontario.

Dobbiamo fare capire, e spesso non è facile, che a ogni singola necessità bisogna rispondere. Dove l’accoglienza non riesce ad arrivare, ci sono tantissimi volontari pronti a dare una mano.

Siete anche un gruppo molto giovane.

Quando mi guardo indietro vedo tutto il vissuto che ci ha portato fino a oggi, come abbiamo costruito il nostro percorso umano e professionale. Siamo cresciuti insieme, senza utilizzare schemi troppo rigidi ma adattando le nostre esperienze alle situazioni sempre nuove che questo lavoro comporta. Mentre magari un adulto avrebbe tentato un approccio più schematico per adattare la situazione a quella che era la sua esperienza passata, noi abbiamo creato la nostra esperienza da questa situazione.

La saletta al binario 1A ha chiuso. Cosa lasci qui?

È un impatto emotivo duro. In saletta abbiamo trascorso alcune festività, i nostri compleanni, la nostra quotidianità. Ci abbiamo messo sudore e fatica. Adesso l’idea di lasciarla e ricominciare da un’altra parte, è strana. Nessuno di noi è spaventato, anzi siamo molto entusiasti e contenti, come una ventata di aria fresca; però vedere la saletta vuota è forte, perché ripensi a tutto quello che hai passato in questi due anni e non ti sembra vero con tutte le vite che ci sono passate.

Ti sentiresti di consigliare il lavoro di operatore umanitario?

È un lavoro che non è sicuramente per tutti ma che a tutti servirebbe. Per essere professionali serve combinare sensibilità e fermezza. Dopo questi due anni credo non riuscirei a cambiare contesto di lavoro: non sono fatto per stare a una scrivania.

Dall’altra parte è un lavoro in cui a volte hai la percezione di essere sotto gli occhi di tutti ed è capitato che persone che neanche conosciamo uscissero in radio o su un giornale parlando di quanto si fa o non si fa per l’assistenza delle persone in transito. Vorrei che ci fosse un po’ più di consapevolezza e comprensione: è un tema troppo delicato per parlarne in una chiacchierata.

Ora come cambia il servizio?

Il servizio al momento rimarrà lo stesso, ma per renderlo più efficiente stiamo aumentando le sinergie con l’unità di strada di Volontarius. Mi sembra un nuovo inizio. Ora voglio far tesoro di quello che ho imparato qui dentro e portarlo nella nuova struttura di via Renon, che sarà un’ambiente più grande. L’ambiente può essere confortevole, grande, ottimale ma alla fine a far la differenza sono sempre solo le persone. E noi continueremo a esserci.

 

Autore: Luca De Marchi

Classe ’95, studia lettere all’università di Trento e collabora da diverso tempo con Volontarius nel raccontare la vita dell’associazione e quella delle persone che, ai margini della società, spesso vengono ignorate; ne porta inoltre testimonianza alla società attraverso i media e gli incontri con i ragazzi nelle scuole e in altri gruppi.

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