Pensieri al Volo

Volontarius Onlus, Bolzano

«Non ero più morto. Ero vivo»

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Insa è un giovane ragazzo dal capello allegro, un bel sorriso, la passione per il calcio e la voglia di conoscere. Ama la filosofia, conosce Machiavelli e spesso si ferma a riflettere, come quando arriviamo a parlare dell’indipendenza del Senegal: «C’è l’indipendenza, sì. Ma in Senegal esiste un campo militare della Francia, i politici senegalesi si basano sulla Francia, a scuola studiamo il francese e la nostra moneta è il Franco». Una persona consapevole e dal pensiero critico – ma non polemico, come emerge quando parla delle persone che la pensano diversamente e nutrono pregiudizi su chi viene accolto. Una sensibilità che, insieme alla voglia di fare, conoscere e confrontarsi con il mondo, lo rende una Persona forte.

Chi è Insa?

Mi chiamo Gnabaly Insa e ho 24 anni. Vengo dal Senegal e sono nato il 28 luglio a Kolda, una città poco più piccola di Bolzano e che si trova nella Casamance, nel sud del Senegal. Lì vivevo con papà, mamma, una sorella e un fratello più grandi e una sorella più piccola. Papà è musulmano e mamma cristiana, così io sono un po’ tutti e due e festeggio sia le feste musulmane sia quelle cristiane (ride). Prima della scuola superiore la mamma ha deciso di mandarmi a Ziguinchor, sempre nella Casamance, dove ho cominciato a studiare matematica nella scuola secondaria, poi ho cambiato perché preferivo la filosofia.

Come si vive in Senegal?

Molte zone del Senegal sono piene di mine antiuomo, ma il vero problema è che la Casamance non è una zona tranquilla, perché i ribelli la vogliono indipendente. Io penso che è vero che la Casamance è una zona con una propria cultura, ma non può diventare indipendente: non ci sono gli strumenti e la comunità non è pronta. Ma purtroppo persino a scuola è pericoloso parlarne. Rischi di crearti problemi.

Quando hai capito che volevi lasciare il paese?

A 19 anni. Io sentivo le notizie di quello che fanno i ribelli, ma solo quando l’ho vissuto in prima persona ho deciso di andarmene. Due volte, tornando a Kolda per festeggiare il Tabaski (una grande festa musulmana dopo due mesi dalla fine del Ramadan, ndr) ho incontrato i ribelli, che ci hanno preso tutto quello che avevamo. Per fortuna non mi hanno fatto niente, ma altre persone sono state picchiate.

Io penso che è vero che la Casamance è una zona con una propria cultura, ma non può diventare indipendente: non ci sono le competenze e una comunità pronta.

Hai detto ai tuoi genitori che volevi andartene?

La prima volta che ho incontrato i ribelli, quando sono arrivato a Kolda, ho detto che me ne sarei andato. Mia mamma però mi ha detto di tornare a studiare e ho rispettato la sua opinione, ho preso coraggio e sono tornato. Quando è successo di nuovo, ho deciso di tornare a Kolda ma stavolta da un amico. Poi sono andato via. Volevo chiudere con quei pericoli.

Sei partito da solo?

Sì. Era il 16 agosto 2014. Ho dormito prima in diversi posti del Senegal, come alla stazione di Kaolack o in posti dove organizzazioni umanitarie lasciavano del cibo. Poi ho pensato di andare in Gabon ma, per raggiungerlo, abbiamo incontrato troppi pericoli, soprattutto alla frontiera con il Camerun, dove abbiamo fatto appena in tempo a fare dietrofront per salvarci la vita. Alla fine mi sono unito a delle persone che stavano andando in Libia per cercare lavoro; sono partito e abbiamo attraversato il deserto.

La prima volta che ho incontrato i ribelli, quando sono arrivato a Kholda, ho detto che me ne sarei andato. Mia mamma però mi ha detto di tornare a studiare e ho rispettato la sua opinione, ho preso coraggio e sono tornato.

Cosa ricordi del deserto?

È stato un viaggio lungo e molto pericoloso. Non pensavo si potesse trattare così la gente. Ero in un piccolo camion e nel cassone aperto sul retro eravamo in trentuno, stretti tanto da non poterci muovere. È durato tre giorni e non avevamo quasi niente da mangiare e da bere. Era caldo di giorno e poi freddo di notte. Dal furgone ogni tanto vedevo persone morte, macchine bruciate e abbandonate come relitti. Per fortuna nessuno di noi è morto, ma alla frontiera ci hanno fermati più volte e, se non avevamo soldi per pagare, ci bastonavano. Il quarto giorno siamo arrivati in Libia e ho cominciato a lavorare come piastrellista, lavoro che avevo già fatto in Senegal mentre studiavo.

Poi però hai scelto di lasciare la Libia.

In Libia c’era la guerra e la vita era diventata insostenibile. Mi fermavano per strada e ogni volta avevo paura: sono finito in prigione due volte senza motivo e lì si vive in pessime condizioni. Si mangiava una volta al giorno e basta, ma se non eri attivo e non facevi quello che ti dicevano non mangiavi proprio. E a volte venivi picchiato dalle guardie, per questo era meglio essere tranquilli e non creare problemi. Per uscire da tutto questo ti chiedono di pagare o trovare qualcuno che paghi per te, oppure devi provare a farti amiche le guardie o corrompere. Per tutto questo ho deciso di prendere la barca.

Ero in un piccolo camion e nel cassone aperto sul retro eravamo in trentuno, stretti tanto da non poterci muovere. È durato tre giorni e non avevamo quasi niente da mangiare e da bere.

Cosa pensavi del viaggio in barca?

Sapevo che tante persone muoiono e se fossi morto era destino. Il viaggio è stato pericoloso. Era una piccola barca con più di cento persone. Non avevamo da mangiare, siamo partiti alle 22.30 e alle due di notte la barca si è rotta ed entrava acqua. Ci siamo tolti i vestiti per tamponare e assorbire l’acqua che poi buttavamo fuori dalla barca, perché non avevamo secchi. Per fortuna sono arrivate le navi italiane e ci hanno portato a Pozzallo.

Cosa pensavi durante il viaggio?

Pensavo di perdere la mia vita e quando la barca si è rotta pensavo che fosse finita.

Se fossi morto era destino.

Cosa ti aspettavi di trovare in Europa?

Il mio sogno era di trovare la pace e di prendere in mano il mio Futuro. Sono arrivato a Pozzallo, poi a Messina per tre settimane, dopodiché sono venuto a Bolzano a Casa Gorio in via Macello, dove sono stato tre settimane prima di andare a Merano.

Qual è stato il primo impatto con Bolzano?

Al Gorio sono arrivato che era luglio e faceva molto caldo. Non conoscevo la città, non conoscevo nessuno e vedevo solo tanti bianchi… in Senegal ne ho visti ma mai così tanti (ride). Dopo tre giorni sono andato a fare una passeggiata. Sono arrivato a un campo di calcio, dove ho visto i ragazzi che giocavano. Quando ho deciso di tornare, però, ho perso la strada. Ho chiesto a un passante in francese dove fosse il Gorio, ma lui parlava italiano e non ci siamo capiti. Alla fine per fortuna ho trovato la Casa, avevo molta paura e quando sono arrivato ho cominciato a piangere. Cosa devo fare per capire la gente? Così mi sono impegnato nello studio dell’italiano.

Il mio sogno era di trovare la pace e di prendere in mano il mio Futuro.

E a Merano com’è andata?

A Merano mi hanno fatto un programma per studiare. Andavo a lezione con la Volontarius più volte a settimana e poi avevo tanta voglia e ho cominciato a imparare un po’ veloce. L’italiano è simile al francese. Ho iniziato anche il tedesco grazie ad alcuni volontari, ma dopo tre mesi ho lasciato perdere perché non ce la facevo, era molto difficile.

Un giorno però volevo andare alla mediateca, ma ho chiesto informazioni a una persona che mi ha risposto in tedesco. È successo quello che era successo a Bolzano e allora mi sono detto che dovevo imparare la lingua tedesca: sono tornato a Casa e ho detto agli operatori che volevo studiare tedesco. Mi hanno chiesto perché e ho raccontato cosa mi era successo. Non volevo succedesse di nuovo e li ho convinti.

Du sprichst auch Deutsch!

Heute ich spreche nicht gut aber ich spreche Deutsch. Seit sechs Monate lerne ich Deutsch.

Ti piace Merano?

Merano mi piace, è molto diversa dall’Africa; all’inizio è stato difficile, ma quando ho iniziato a parlare un po’ di italiano ho cominciato a fare un po’ di integrazione. Ho imparato che non devi stare nel campo ad aspettare che la gente ti viene a trovare, devi essere tu a trovare la gente. Anche se è difficile.

Oggi hai degli amici?

A Merano ho trovato amici, soprattutto da quando ho cominciato a giocare a calcio e mi hanno tesserato. Poi andando nelle scuole ho incontrato la figlia di Roberto, un signore che conosco nella squadra di calcio. Ogni tanto vado a casa loro e stiamo tutti insieme.

Ho imparato che non devi stare nel campo ad aspettare che la gente ti viene a trovare, devi essere tu a trovare la gente. Anche se è difficile.

Come si vive in questa Casa a Merano?

Siamo tanti e diversi: Eduardo è spagnolo, Renato portoghese, poi c’è qualcuno da Napoli e qualcuno di qui. Quando sono arrivato mi hanno spiegato le regole da seguire e se rispetti le regole non hai problemi, se hai dubbi puoi sempre chiedere in ufficio. Ho fatto davvero tanti progetti e anche qualche stage come giardiniere. Oggi oltre a giocare a calcio frequento la mediateca, leggo in francese e in italiano. Quattro volte a settimana vado all’Alpha Beta per studiare tedesco. Sono molto contento.

La tua famiglia l’hai sentita?

Sì. Quando sono arrivato a Bolzano ho chiamato mia mamma. Le ho detto «Sono tuo figlio» e lei non mi credeva. Diceva che sono andato via, che ero morto. Io ho continuato a dirle che ero io, ma purtroppo chiamare così lontano costa tanto. Ho fatto una pausa di trenta minuti e ho chiamato di nuovo: le ho detto che non doveva piangere, che non ero più morto ed ero vivo, in Italia. Lei piangeva.

Oggi oltre a giocare a calcio frequento la mediateca, leggo in francese e in italiano. Quattro volte a settimana vado all’Alpha Beta per studiare tedesco.

Oggi porti la tua testimonianza nelle scuole. Cosa significa per te?

Quando Luca mi ha proposto di far parte dei progetti scolastici ho accettato perché ci sono tante persone, giovani e anziane, che hanno dei pregiudizi sulle persone che arrivano da lontano. Non sono arrabbiato per questo, perché i pregiudizi spesso sono innocenti e non li giudico. Per me è importante raccontare la verità. E poi mi esercito con l’italiano e conosco molte persone.

Autore: Luca De Marchi

Classe ’95, studia lettere all’università di Trento e collabora da diverso tempo con Volontarius nel raccontare la vita dell’associazione e quella delle persone che, ai margini della società, spesso vengono ignorate; ne porta inoltre testimonianza alla società attraverso i media e gli incontri con i ragazzi nelle scuole e in altri gruppi.

Un commento

  1. Grazie Luca di portare alla luce queste storie nascoste. Bravo Insa ti auguro un mondo di bene.

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