Pensieri al Volo

Volontarius Onlus, Bolzano

Uno sguardo che vuole andare oltre

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Lorenza è una giovane donna di 33 anni e alla domanda «Chi sei?» ride e ironizza: «Cominciamo bene!». Dietro quel velo però emerge una donna piena di vita, una cittadina del Mondo alla quale piace, prima di tutto, stare con le persone: «La realtà locale mi è sempre stata stretta, ho sempre avuto uno sguardo che voleva andare oltre» afferma. Quello sguardo, delicato e consapevole, la rende una perfetta compagna di vita per le persone che accompagna, ritmando il proprio passo sul loro, nei loro percorsi di vita.

Come sei arrivata a lavorare nel campo delle migrazioni?

Ho sempre viaggiato molto. Durante gli anni del liceo ho vissuto per un anno in Irlanda, poi ho studiato a Bologna, in Francia e infine sono partita per il Sudamerica appassionandomi a progetti di sviluppo. Nel 2014, dopo dieci anni di assenza, sono tornata a Bolzano ed è stato molto difficile ambientarmi di nuovo. Per fortuna ho trovato presto occasione di lavorare in quest’ambito. Ero felicissima.

Cosa porti con te oggi delle tue esperienze nel Mondo?

L’empatia. So cosa significa trovarsi un po’ smarriti a vivere in un posto completamente nuovo, senza sapere come gestire le cose, come organizzarti e a chi rivolgerti. Anche se chiaramente da italiana non ho mai vissuto la parte di fuga e anche di discriminazione che può vivere un ospite richiedente protezione internazionale in Italia.

Qual è l’obiettivo nel tuo lavoro?

A me non interessa solo aiutare e sostenere l’inclusione delle persone, tutte cose giuste ma evidenti visto che faccio questo lavoro; quello che mi interessa più di ogni altra cosa è scoprire le persone e valorizzarle per quello che sono. La maggior ricchezza che esiste al mondo è l’Altro. Pensare così il mondo dà tanta consapevolezza ed elasticità mentale che secondo me è la maggior qualità che può avere l’essere umano. Io cresco nell’incontro con l’Altro, che sa darmi qualcosa proprio perché è diverso.

So cosa significa trovarsi un po’ smarriti a vivere in un posto completamente nuovo, senza sapere come gestire le cose, come organizzarti e a chi rivolgerti.

Così sei diventata referente di Casa ex Mercanti di Appiano. Come si apre una Casa?

Per fortuna abbiamo avuto il tempo di organizzare l’apertura della struttura al dettaglio, formandoci e colmando le nostre lacune. La nostra prima preoccupazione è stata rendere la struttura il più accogliente possibile: era una rimessa militare, quindi un posto freddo, sterile e insapore.

Abbiamo mobilitato la popolazione locale insieme all’assessora comunale Monika che è una donna meravigliosa e che crede tantissimo in questo progetto. Poi abbiamo lavorato sulle regole per la gestione della struttura: cartelli, segnaletiche, lavanderia e abbiamo lavorato sui ruoli dell’equipe. Avevamo già vissuto come operatori in altri centri prima di aprire quello ad Appiano, quindi eravamo pronti. Abbiamo aperto il 23 maggio 2016, ricordo che pioveva a dirotto.

Chi sono le persone che hanno vissuto ad Appiano?

Per favorire l’inclusione abbiamo cercato di lavorare per crescere insieme alle persone, seguendole individualmente per sviluppare in loro una consapevolezza rispetto al percorso che stanno vivendo. Un percorso che è fatto anche di compromessi. Inizialmente erano ospitate 48 persone dal Pakistan, Stato che veniva quindi rappresentato da tutte le sue zone. Dallo scorso settembre vivono nella Casa anche alcuni ragazzi africani, dalla Somalia e dal Gambia.

Una ricchezza immensa per l’incontro profondo e quotidiano fra lingue e culture diverse. La cosa più bella è vedere i ragazzi gambiani e somali che si preparano il Chapati (il pane pakistano, ndr). Lo stesso succede anche nello sport: chi viene dal Pakistan preferisce solitamente giocare a cricket, gli altri invece amano il calcio. All’inizio li vedi divisi, poi piano piano si uniscono. Sono le piccole cose della vita quotidiana che fanno la differenza.

Cerchiamo di lavorare per crescere insieme alle persone, seguendole individualmente per sviluppare in loro una consapevolezza rispetto al percorso che stanno vivendo.

Ti parlano di sé?

In questo momento ho in mente 48 storie diverse. Nel Kashmir o nelle aree tribali al confine con l’Afghanistan le persone vivono una quotidianità di violenza e tensioni forti. In Kashmir i bombardamenti sono quotidiani, al confine con l’Afghanistan i sequestri da parte dei talebani nelle scuole. Ho sentito storie di violenza e paura, persone che hanno vissuto povertà estrema, persecuzioni private, politiche o di guerra. E qui in Italia vogliono solo lavorare, costruirsi una vita, che è il sogno mio, tuo e di chiunque altro. Vivere una vita felice e piena.

Lo stesso succede anche nello sport: chi viene dal Pakistan preferisce solitamente giocare a cricket, gli altri invece amano il calcio. All’inizio li vedi divisi, poi piano piano si uniscono. Sono le piccole cose della vita quotidiana che fanno la differenza.

Un educatore come si inserisce in questo sogno?

Un educatore deve trovare le parole e il modo per dare ogni giorno la carica necessaria a spronare la persona a non mollare, ad andare avanti anche se nell’immediato non trova dei risultati, a sentire il proprio percorso. Le persone vivendo in un contesto così diverso dal loro, vivono un’esperienza in ogni caso fondamentale come ricchezza personale: la ricchezza del conoscere e capire l’Altro. Sarò costretto a tornare a casa un giorno a causa dell’esito negativo della Commissione? Avrò delle esperienze in più e una mentalità completamente diversa. Ma non è certamente facile e le persone sono per questo affamate di attenzioni.

Un educatore deve trovare le parole e il modo per dare ogni giorno la carica necessaria a spronare la persona a non mollare, ad andare avanti anche se nell’immediato non trova dei risultati, a sentire il proprio percorso.

Attenzione che diventa un affezionarsi.

Sarebbe inquietante se non accadesse. Ieri sono andata a salutare e mi sono messa a chiacchierare con una persona. Abbiamo parlato del più e del meno, poi l’ho vista un po’ dimagrita e gli ho chiesto se stesse bene. Ha risposto di sì ma avevo capito che non era vero. Infatti conversando è venuto fuori che stava poco bene: stanco, stufo e triste, i tempi di attesa per la Commissione sono lenti e la ricerca di lavoro è difficile. È bastato scavare con delicatezza in quel “come stai?” per far emergere tutto questo. E sfogarsi ogni tanto è importante: se ci si tiene tutto dentro si finisce per esplodere.

Ora hai un nuovo ruolo all’interno del Gruppo Volontarius. Cosa fai?

Si tratta di un ruolo in corso di definizione, ma che ha l’obiettivo di sostenere, accompagnare ed essere presente per i referenti e le equipe dei centri; una figura intermedia tra la vita delle Case accoglienza e i Responsabili. Per farlo voglio partire dalle esigenze dei referenti, che ogni giorno fanno enormi sforzi e che hanno bisogno di supporto: esserci, consigliare, condividere dubbi e perplessità. E vivere la realtà delle Case per capire dove e cosa migliorare.

Ti dispiace lasciare il lavoro sul campo?

All’inizio devo dire che mi spaventava. Quando cominci a lavorare per un numero più alto di persone, il rischio è quello di perdere la dimensione umana, perché quando diventano numeri alti tendono a trasformarsi e diventa difficile apprezzare l’umanità. Non è cattiveria, è semplicemente difficile. È importante ricordare che i nomi che incontriamo sono nomi di persone, storie, caratteri, pregi, difetti, abitudini.

Cosa hai lasciato a Casa ex Mercanti?

Anche se mi sono solo allontanata, lascio quella che ormai sento come la mia seconda casa, un luogo che ho vissuto fin dalla sua apertura e che ho visto cambiare da luogo sterile a luogo accogliente. Lascio anche un’equipe forte, unita e competente. E soprattutto lascio le tantissime relazioni che ho costruito insieme alle persone ospiti; credo mancherò un po’ anche a loro.

All’inizio devo dire che mi spaventava allontanarmi dal campo. Quando cominci a lavorare per un numero più alto di persone, il rischio è quello di perdere la dimensione umana, perché quando diventano numeri alti tendono a trasformarsi e diventa difficile apprezzare l’umanità.

Cosa possiamo migliorare?

Volontarius porta avanti tanti progetti in diverse aree e molto spesso è difficile seguirle tutte. Quindi aumentare le occasioni di incontro e conoscenza fra tutti noi.

Autore: Luca De Marchi

Classe ’95, studia lettere all’università di Trento e collabora da diverso tempo con Volontarius nel raccontare la vita dell’associazione e quella delle persone che, ai margini della società, spesso vengono ignorate; ne porta inoltre testimonianza alla società attraverso i media e gli incontri con i ragazzi nelle scuole e in altri gruppi.

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